FOTO NOME (specie  sottospecie  'Forma'  CULTIVAR)                    Descrizione
 

 

 

 

 

 

 

fonti: Hero Moorlag         occhipiuverdi

            leowincy          ilpinguino70

   Antonella.R         Miquel Llop

           Bruno55           finieddu

Maurizio Forti                     CAT-I

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

►Un interessante articolo di Alberto Grossi

 

 

 

fonti: canarina     steffi's       candido33 finnieddu       Tapponedu       manigal

  Ori Fragman-Sapir           KaDai

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si contano circa diciotto specie del genere Pancratium, presenti nel Mediterraneo, nelle Isole delle Canarie, sui litorali dell'Africa tropicale occidentale fino al Sudafrica, in Africa Centrale ed in Asia tropicale. La diffusione delle varie specie lungo le coste è dovuta al trasporto dei semi tramite l'acqua del mare che in autunno occasionalmente invade le sabbie costiere, mentre in zone desertiche la diffusione avviene con il vento ed ad opera delle formiche. Solo poche specie vengono coltivate presso istituzioni botaniche e da dilettanti specializzati, mentre in Italia si trova in commercio facilmente solo la specie P. maritimum.

Tutte le specie di Pancratium sono velenose. La medicina tradizionale in Africa ed in Asia  sfrutta le proprietà curative, le quali in Europa erano note già dall'antichità.

 

                                                                                  

Pancratium maritimum

 

Nelle sabbie dei litorali marini di molte regioni italiane, soprattutto all'Ovest e Sud della penisola, nonché sulle isole del Tirreno, è possibile incontrare questa splendida specie vedi, coltivabile facilmente anche  nei giardini in condizioni adeguate. Il P. maritimum è presente inoltre lungo i litorali di altri Paesi del Mediterraneo (in Algeria viene chiamato Kikut), sulle rive del Mar Morto, nonché sulle coste atlantiche del Portogallo e sulla costa meridionale del Mar Nero. La pianta è nota dall'antichità (p.es. fu rappresentata già nell'arte minoica /vedi nella Casa delle Signore ad Akrotiri su Santorini/) e come essenza orticola viene coltivata dal 1759. In Italia essa viene comunemente chiamata Giglio del mare, Narciso marino, Pancrazio e raramente anche Giglio di Mattioli, benché in passato quest'ultimo nome fosse usato soprattutto per il Pancratium illyricum.

I bulbi di questa Amaryllidacea assomigliano a quelli dei narcisi, sono relativamente grandi, frequentemente con un collo lungo, e sono coperti di catafilli cartacei di colore marrone chiaro. In natura si trovano ad una profondità notevole nel terreno sabbioso o tra le rocce vicino al mare, dove le fluttuazioni dell'umidità sono ridotte rispetto a quelle degli strati più vicini alla superficie esposta al pieno sole. Le foglie nastriformi, di colore verde glauco, sono molto persistenti, ma non sempreverdi. Infatti, la pianta vegeta in tarda primavera (vedi), fiorisce in estate o all'inizio dell'autunno (vedi) e la vegetazione va in senescenza in autunno (vedi) al momento della maturazione delle capsule (vedi) contenenti grandi semi neri (vedi). Gli scapi fiorali possono raggiungere l'altezza massima di 60 cm, ma sono generalmente più bassi e non sempre disposti verticalmente a causa della brezza e dei venti costieri, ai quali resistono però in maniera sorprendente. Le infiorescenze portano fiori bianchi con una striscia mediana giallo-verdastra (vedi) sull'esterno dei sei tepali sottili, non sovrapposti e talvolta attorcigliati, mentre la struttura centrale, a forma di una lunga corona, è bianco puro. Tale "corona" assomiglia a quella dei narcisi tromboni, ma è vistosamente dentata e, soprattutto, costituisce la base degli stami. Infatti, la struttura del fiore è molto simile a quella dell'Eucharis, ma è sostanzialmente diversa dalla corona dei narcisi, i cui stami, e non solo il pistillo, emergono dal centro della corona (vedi). I fiori emanano un intenso e piacevole profumo.

Il Pancratium maritimum può sopravvivere in zone dove la temperatura ambiente scende sotto i 0°C se i bulbi si trovano ad una profondità sufficiente nel suolo sabbioso, ma la sua fioritura avviene solo in posti molto caldi a temperature superiori ai 27°C. Le piante non amano il trapianto e nel caso questo fosse necessario, risulta molto importante assicurare l'integrità delle loro radici carnose. Nelle condizioni adeguate di temperatura e di drenaggio esse sono molto frugali e generalmente necessitano solo una o due fertilizzazioni minime con un concime liquido per piante fiorite, diluito con acqua da annaffiatura nel rapporto 3:1  rispetto alla dose consigliata sulla confezione commerciale. Durante il ciclo vegetativo l'apporto di acqua (possibilmente piovana e comunque non troppo ricca di calcio) deve essere regolare per inumidire il substrato quasi asciutto tra le annaffiature. Ristagni d'acqua non devono verificarsi mai, neppure durante i mesi molto piovosi dell'autunno o dell'inverno.

La moltiplicazione agamica avviene con la separazione dei bulbilli formatisi intorno al bulbo madre. Questa operazione deve essere eseguita appena le piante entrano nel periodo di dormienza e richiede una particolare attenzione perché deve essere evitato qualsiasi danno al bulbo madre. Sia il bulbo principale che i bulbetti dovrebbero essere ripiantati subito, ma il bulbo madre può essere conservato fino alla primavera successiva se ben conservato a temperature sopra lo 0°C, immerso in trucioli o vermiculite. I bulbilli raggiungono la dimensione sufficiente per produrre steli fioriferi dopo 3 o 4 anni. La riproduzione per seme in serra non presenta particolari difficoltà. La semina deve essere effettuata in primavera facendo attenzione a non bagnare eccessivamente. I semenzali devono essere trapiantati direttamente al posto definitivo prescelto. La fioritura non avviene prima di 5 o 6 anni. 

In commercio i bulbi si trovano generalmente più facilmente in primavera e vanno piantati dopo ogni pericolo di gelate tardive, ma se disponibili in autunno, possono essere piantati già prima del freddo invernale. E'  importante prevedere lo sviluppo della pianta negli anni, perché essa forma un cespo assai allargato; pertanto conviene piantare i bulbi ad una distanza di 25 o 30 cm l'uno dall'altro. In zone dove la temperatura invernale scende sotto 0°C è necessario piantare i bulbi ad una profondità pari almeno al triplo della loro altezza (compreso il lungo collo). In zone a clima mite può essere sufficiente piantare i bulbi alla profondità pari al doppio della loro altezza. Il suolo deve essere completamente permeabile e la posizione preferibile è in pieno sole. La divisione di grossi cespi dovrebbe essere intrapresa ogni 5 o 6 anni.

In natura nel Mediterraneo il Pancratium maritimum viene attaccato selettivamente dalle voraci larve di Brithys crini, (vedi) una farfalla notturna . Nella coltivazione amatoriale il pericolo maggiore invece è costituito dalle limacce, che devono essere controllate accuratamente. 

 

 

 

Altre specie

 

Pancratium canariense  (sin. P. stellare)

Questa specie endemica delle Isole Canarie, conosciuta sotto il nome volgare Lágrimas de la Virgen o Azucena de risco, introdotta in coltivazione in Europa nel 1815, ha dei bulbi di dimensione medio-grande di forma sferica (generalmente privi del lungo collo tipico del P. maritimum), foglie nastriformi decidue di colore verde glauco, scapi fiorali alti fino a 80 cm che portano fino a 12 fiori nell'infiorescenza. Il ciclo vegetativo si protrae dall'autunno alla primavera. I fiori, interamente di colore bianco puro, raggiungono una notevole dimensione (diametro fino 7,5 cm), hanno vistosi stami ed antere gialle prominenti (vedi), sono piacevolmente profumati e si schiudono in tardo autunno. Le piante non tollerano temperature basse. Questa specie raggiunge le dimensioni più grandi tra quelle  del genere Pancratium. E' stata descritta anche una forma (da La Gomera) con foglie molto larghe (fino a 7 cm) e l'altezza dello scapo floreale fino a 120 cm. Sono sotto studio i dodici alcaloidi contenuti in questa pianta, di cui alcuni hanno proprietà farmacologiche promettenti (antimitotiche ed antiaggreganti).

 

Pancratium illyricum

Come già accennato prima, in Italia viene commercializzata soprattutto la specie P. maritimum, ma più attenzione dovrebbe essere dedicata anche ad un'altra specie, la quale si può trovare fino ad una notevole altezza s.m. tra le rocce costiere della Sardegna (vedi) , della Corsica (vedi), dell'Isola d'Elba, di Capraia e di Capri: il Pancratium illyricum (Giglio marino di Sardegna, Giglio stella, Giglio di Mattioli). Questa specie meriterebbe una maggiore diffusione nei giardini costieri di amanti delle geofite. Si tratta di una specie spesso descritta come più rustica del P. maritimum, con bulbi sferici o periformi, steli fiorali con una lunghezza generalmente inferiore ai 40 cm. Le sue foglie nastriformi, lunghe fino a 30 cm, sono assai larghe (anche 5 cm), di colore verde glauco. I fiori sono riuniti in grandi infiorescenze (fino a 15 fiori). I fiori, giallognoli in bocciolo, hanno i tepali bianchi relativamente larghi e i sei stami hanno basi allargate, riunite in una pseudocorona bianca, profondamente frastagliata, con marcate strutture a doppio dente (bifide) tra gli stami, i quali portano antere di colore giallo chiaro. Il centro del fiore è di colore giallo o giallo verdastro. I fiori sono molto durevoli e soavemente profumati e si schiudono alla fine della primavera ed all'inizio dell'estate. Il ciclo vegetativo di questa specie è invece assai corto - dura poco più di tre mesi.

Sarebbe necessario propagare questa specie per seme per poterla introdurre nel commercio senza danneggiare le piante nel loro habitat naturale.

Il nome fu assegnato a questo pancrazio da Linneo, il quale non fu correttamente informato sulla sua distribuzione geografica, attribuendogli la provenienza dall'Illiria (costa adriatica della penisola balcanica) anziché dal Tirreno.

 

Pancratium sickenbergeri  (sin. P. parviflorum)

Specie originaria del deserto mediorientale (diffuso nel Negev), con fiori molto simili a quelli del Pancratium maritimum, ma significativamente più piccoli. La sua caratteristica più sorprendente sono le foglie attorcigliate in spirali. Vengono intensamente studiate le proprietà farmacologiche dei suoi alcaloidi.

 

Pancratium zeylanicum

Specie originaria dello Sri Lanka, del sud dell'India, delle Isole Seychelles e di Giava, praticamente sempreverde, che va in dormienza solo in condizioni di siccità. Era nota già a Linneo, il quale le diede il nome, che significa "di Ceylon". E' una pianta tropicale spiccatamente termofila, con foglie lucide e fiori bianchi molto graziosi, solitari su scapi alti al massimo 30 cm, con le punte dei tepali elegantemente ricurvi (vedi) ed antere di colore bianco-giallo chiaro portate su lunghi stami (vedi). In Italia questa specie è coltivabile unicamente in condizioni protette. I piccoli bulbi vanno piantati alla profondità doppia della loro altezza in un terriccio ricco, molto permeabile, tenuto sempre leggermente umido.

 

Ulteriori specie:

Pancratium angustifolium (Sicilia)

Pancratium arabicum (Nordafrica)

Pancratium biflorum (India, Hong Kong)

Pancratium centrale /sin. Mizonia centralis/ (Africa Centrale, Etiopia)

Pancratium foetidum (Nordafrica)

Pancratium hirtum (Africa Occidentale)

Pancratium landesii (Oman)

Pancratium maximum (Yemen)

Pancratium parvum (India)

Pancratium tortuosum (Egitto)

Pancratium trianthum /sin. tenuifolium/ (Ghana,Camerun,Namibia,Botswana,Sudafrica,Zimbabwe)

Pancratium triflorum (Sicilia)

Pancratium verecundum (Bangladesh, India)

 

All'inizio dell'uso del sistema binomico di classificazione delle piante al genere Pancratium venivano attribuite molte specie che oggi si trovano in altri generi, p. es. in Hymenocallis, Ismene, Proiphys, Stenomesson, Vagaria, Urceolina (vedi).

 

 

alla pagina del Pancratium in vaso                                 Verifica disponibilità nel catalogo CAT-I

    

         Pancratium maritimum visto tramite la lente di un fotografo romano d'eccezione                foto Stefano Heusch

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                                  INTRODUZIONE AL SENTIERO VERDE DEI BULBI

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